Il principe Harry e il GDPR: alleati contro i paparazzi

Royal Family 1 – paparazzi 0. A stabilirlo è la recente pronuncia dell’autorità giudiziaria britannica che ha condannato l’agenzia di stampa americana Splash News al pagamento di un cospicuo risarcimento danni in favore del duca e della duchessa di Sussex. Ma non è certo il denaro che fa di questa data una data importante per la privacy dei vip, che sono costantemente sotto i riflettori: il GDPR ha contribuito a rendere più solida la riservatezza degli affari privati della famiglia reale inglese.

La vicenda ha coinvolto alcuni paparazzi che, lo scorso gennaio, hanno fotografato la casa di campagna nell’Oxfordshire del Principe Harry e della moglie, Meghan Markle. La dimora era stata scelta appositamente per l’altissimo livello di privacy che offriva, considerando le distese di campagne che la circondano.

Il lato interessante della vicenda è il modo in cui Harry ha vinto la causa, ovvero basando, in parte, il proprio caso legale sul GDPR.

“Quelle foto hanno seriamente minato la sicurezza della coppia – affermano i legali della famiglia – al punto che non sono più stati nelle condizioni di vivere all’interno della proprietà”.

La fotografia è un dato personale quando consente il riconoscimento della persona che vi è ritratta. Certo utilizzare foto è possibile, anche alla luce del diritto di cronaca, ma ciò che c’è di errato nella faccenda che ha coinvolto la Royal family è la finalità per cui quei dati sono stati trattati. Non “lecita”, come esige il GDPR e, soprattutto, “non trasparente”.