Nei giorni scorsi il Garante per la protezione dei dati personali ha inviato gli uomini in forza presso il nucleo privacy della Guardia di Finanza, nella sede milanese dell’azienda Deliveroo.

L’obiettivo? 

Duplice, si chiama profilazione da un lato e geolocalizzazione dall’altro. Questi due sono gli aspetti fondamentali che riguardano le realtà di food delivery che, proprio perché molto tecnologiche trattano una enorme quantità di dati personali dei clienti.

La geolocalizzazione è un tema scottante per le piattaforme come Deliveroo e questo perché i lavoratori, i cosiddetti riders, vengono costantemente monitorati dall’Azienda attraverso un sistema GPS che li segue in giro per la città.

Inoltre, a preoccupare il Garante (e non solo) è anche l’enorme flusso di dati che circola attraverso applicazioni come quella sviluppata e utilizzata dall’Azienda ispezionata. Deliveroo non è sola e la “voce” corre: Deliverance Milano, che da tempo si batte per ottenere condizioni migliorative per i riders che consegnano i nostri ordini, ha sottolineato aspetti importanti ai quali non pensiamo quando ordiniamo una pizza attraverso un’app.

“Queste piattaforme – scrive Deliverance su Facebook – come sfruttano noi lavoratori senza farsi alcuno scrupolo, sfruttano anche voi, speculando e vendendo i vostri dati. Questo è il lato oscuro della gig economy: si produce valore in tutti i modi possibili, dal servizio di vendita del prodotto al trasporto a domicilio delle merci, fino alla mappatura dei dati, alla loro analisi e alla loro compravendita”.

Provocazione?

Sicuramente, ma anche occasione per riflettere sull’enorme “giro d’affari che si basa sulla profilazione dei nostri dati, prodotti in quanto utenti, da clienti e da lavoratori, entrambi in misura differente sfruttati dal modello di business dal capitalismo delle piattaforme”, continua Deliverance. Quanto ci costa effettivamente un hamburger a domicilio?